«Di solito si nasce, si vive, si muore. Non a Valdisasso; qui tutto sembra imbrigliato, trattenuto, e anche le novità e i piccoli scandali, quando poi passano, lasciano cicatrici ben visibili alla memoria: questo si rinnova di generazione in generazione, e attraversa le madri, i figli, i padri.» (p. 12) . Qui, a Valdisasso – un paese immaginario che però ha i tratti riconoscibili di quell’Alpago che Antonio G. Bortoluzzi ci racconta fin dal suo esordio letterario nel 2010 con la raccolta di racconti Cronache dalla valle (edizioni Biblioteca dell’Immagine) – è ambientato il nuovo romanzo dell’autore, uscito da pochi giorni per i tipi di Marsilio, intitolato Tutto è nel bosco e che si suddivide in tre parti, appunto: Madri, Figli, Padri.
Un paese nel bosco

Un paese dove vivono i protagonisti di una storia che ha le stesse caratteristiche della montagna: dura come le sue rocce, affilata come il profilo delle cime che si stagliano contro il cielo, morbida come l’erba fresca dei prati, dolce come i frutti che regala in ogni stagione, malinconica come certe giornate di novembre, allegra come certe mattine d’estate in quota. «Noi siamo un luogo fragile ma il cuore profondo di Valdisasso è di roccia, che appare ai piedi delle montagne in forma di ghiaioni, pietraie, sassi sbriciolati e chiari alla luce del sole estivo.
Sotto le marne, le argille, le terre e le ghiaie mobili c’è la pietra di Valdisasso: il calcare bianco, la scaglia rossa, le arenarie gialle e grigie che trattengono le geometrie segrete dei fossili dell’inizio del mondo, quando le valli erano fondali marini e le montagne scogliere. Da quelle profondità tettoniche sprigionano i terremoti che, dopo il terrore, lasciano nell’animo delle persone la convinzione che la forza può essere violenza, senza però che ci sia cattiveria.
Valdisasso; bosco e montagna

Così la montagna è uno sgretolarsi perenne che tende a spingersi a valle, la indica e insieme l’assedia. È uno scivolare lento, cocciuto, millenario di zolle terrigne, manti erbosi, boschi fitti, un franare che lascia un vago senso di colpa: ha accelerazioni improvvise in primavera o nelle scure giornate di novembre, quando dal cielo arriva la pioggia torrenziale che penetra la terra e la rende mobile come lava etnea. Ma non è la fine, lo sappiamo bene, perché poi il sole asciuga, solidifica e ferma il mondo ancora per un po’.» (p. 71).
Tante vite intrecciate

A Valdisasso si intrecciano tante vite, che apparentemente seguono traiettorie diverse, ma che a un certo punto si incontrano, in qualche momento collidono. C’è Virginia, una ragazza di diciannove anni che diventa madre troppo presto; Fabio Venezia, il villeggiante che non è pronto a diventare padre; Nicholas, il frutto del loro breve amore estivo; Bruno, un giovane mutatore che per arrotondare la paga fa il bracconiere e semina di trappole micidiali il bosco; Andrea, un maturo impiegato alle poste; il padre di Bruno, nervoso e cattivo, e molti altri.
Ma c’è soprattutto il bosco, dove queste vite si muovono, si incontrano e si scontrano, si perdono e si ritrovano

«Tutto è nel bosco. Prendere e scappare, vedere senza essere visti, stare immobili o correre come una freccia senza il timore dei rami, e perfino farla lì: è bello appollaiarsi nel posto giusto e sentire il fresco dell’erba sul culo e non aver paura delle vipere, perché a quell’ora se ne sono tornate sotto qualche lastra di pietra.» (p. 94). Il bosco avvolge tutti questi personaggi e può diventare accogliente o pericoloso, rifugio o minaccia, risorsa o perdita, e della montagna è l’anima, un’anima spesso inquieta che va compresa e amata, curata e protetta.
Il bosco; un’anima che rischia di essere snaturata

Un’anima che rischia continuamente di venire snaturata da chi la vuole sfruttare, come per esempio coloro che progettano di ampliare le cave e contro cui combatterà Andrea cercando di coinvolgere i paesani di Valdisasso in una manifestazione di protesta. Oppure dai cacciatori di frodo che uccidono caprioli per metterli in tavola perché i turisti chiedono solo polenta e selvaggina. Tutto inizia nel novembre del 1987 e si conclude nel 2011.
Il lettore segue la vita di persone semplici, che si spaccano la schiena nei cantieri edili o nelle cucine di un’osteria o nei campi. Vede crescere il figlio di Virginia che scopre il mare nella colonia estiva e sperimenta le prime trasgressioni assieme al cugino Matteo e, più avanti, scrive canzoni per una ragazza di cui si è innamorato. Nascere l’amore tra Virginia e Andrea, un uomo che non si vergogna di fare le pulizie in casa, di esserci fino in fondo. Vede il desiderio di libertà di Bruno, che spera di prendere la patente per i camion e di affrancarsi dalle sgridate del suo capocantiere.
Queste vite, questi desideri si incroceranno in modo drammatico che le segnerà per sempre

Antonio G. Bortoluzzi narra la montagna e chi la abita con amore e grande cura, ne descrive la bellezza e le difficoltà, riesce a entrare nei sentimenti, nelle aspirazioni, nelle piccole gioie e nelle insopportabili sofferenze non solo delle singole persone ma di tutta una comunità.
«A volte basta prendere una strada qualsiasi, uscire dall’abitato e incontrare un sentiero per camminare nella memoria dei padri, un passo dopo l’altro, lungo i vecchi trói, vie segnate qua e là da lastre di pietra, gradini, muri a secco, segni di camminamenti impressi sulla terra, delineati da vecchie siepi impenetrabili che portavano a prati, campi, stalle, latterie, abbeveratoi, capitelli; ora i sentieri conducono a boschi fitti di rosa canina, nocciolo, betulla e frassino, che hanno colonizzato gran parte dei prati coltivati a foraggio e per secoli lavorati con la sola forza delle braccia.
È l’abbandono della montagna che infittisce i boschi e dirada i paesi di uomini, donne e bambini. Resistono i vecchi, le loro mani ferree, le mandibole tese, la pelle del viso avvezza all’aria e al sole. Ma non è mai la fine, perché alcuni elementi puri, che non abbiamo mai seminato, e che nessuno ha mai coltivato, si rinnovano a ogni stagione, come il giallo vivo dei fiori a grappolo del maggiociondolo in primavera, o tutte le tonalità del verde delle erbe nei prati d’estate, o ancora il color ruggine dei frutti quasi inaccessibili, in autunno, sui vecchi meli. A febbraio la neve può cadere ancora abbondante, quando ormai le giornate s’allungano e l’inverno sembra alle spalle.» (p.195).
La conoscenza del territorio

La profonda conoscenza del territorio e delle persone che ci vivono permette all’autore di descrivere ambienti e attività quotidiane con estrema precisione, come ad esempio quando mette in scena come si preparano le trappole per catturare i caprioli oppure come vengono scuoiate quelle povere bestie prima di arrivare nella cucina dell’oste.
Bortoluzzi racconta la resistenza di chi non se ne va, di chi resta e cerca di superare l’isolamento di quella valle lontana da tutto, dove le notizie dal mondo arrivano attraverso la televisione quasi ovattate e distanti. L’autore poi, attraverso le parole di Andrea, prende posizione contro la possibilità di costruire nuove centrali nucleari, la cui pericolosità si riverbera nel ricordo del disastro di Černobyl’ (p. 15) e nelle paure di Virginia che era incinta proprio in quei giorni angosciosi. Da notare che questo è l’unico romanzo, quantomeno italiano, dove si parla della prima emergenza ambientale che abbia conosciuto l’Europa.

Il romanzo sarà presentato a Mestre, all’M9 – Museo del ‘900, domenica 11 ottobre, alle ore 17, nella sala M9Lab, con ingresso libero.
L’autore

Antonio Bortoluzzi è nato nel 1965 in Alpago, Belluno, dove tuttora vive. Finalista per due volte (2008 e 2010) al premio Italo Calvino, ha pubblicato Cronache dalla valle, Vita e morte della montagna e Paesi alti, con cui ha vinto il premio Gambrinus-Giuseppe Mazzotti nella sezione Montagna, cultura e civiltà; i tre romanzi, pubblicati da Edizioni Biblioteca dell’Immagine, sono raccolti nell’antologia Montagna madre, trilogia del Novecento (2022).
Con Marsilio ha pubblicato nel 2019 il romanzo Come si fanno le cose, da cui è stata tratta l’omonima commedia teatrale, e nel 2023 Il saldatore del Vajont, con cui ha vinto il premio Coop Alleanza 3.0 2024; entrambi i libri sono usciti anche nell’Universale economica Feltrinelli. In collaborazione con il fotografo Manuel Cicchetti, per Marsilio Arte ha pubblicato nel 2025 il volume fotografico Dolomiti. Un paesaggio tutelato. Docente di scrittura creativa, è membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism). Suoi articoli sono pubblicati sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
Antonio G. Bortoluzzi, Tutto è nel bosco, Venezia, Marsilio, 2026.










































































Conosco e apprezzo da tempo la scrittura di Antonio Bortoluzzi che Annalisa Bruni, in questa splendida recensione, ha reso ancora più viva e intensa e ci ha comunicato un profondo amore per la montagna.